Ci sono tanti modi di ascoltare i nostri figli adolescenti per creare fiducia.

 

Din don

Din don

“Mamma sono io apri!”

Mia figlia è appena tornata da scuola, sono tante le domande che si accavallano nelle mia testa: “Chissà com’è andata la verifica di cui mi ha parlato ieri e poi c’è quel ragazzo che le ronza intorno…” Vorrei chiederle tutto, ma la conosco mi risponderebbe con una rispostaccia: “Non sono affari tuoi” oppure “Non ho voglia di parlarne”. E’ un gioco di strategia comunicare con gli adolescenti: occorre non fare una domanda troppo presto perchè si sentano irritati o troppo tardi quando non sono più disposti a parlarne.

Così la guardo e cerco di capire di che umore è. Sembra un po’ imbronciata. E’ davanti a me ormai sembra una donna, anche se è sempre la mia bambina. Me la ricordo ancora quando con il suo triciclo sfrecciava in tutta la casa.

La relazione genitori e figli adolescenti non è proprio facile e i ragazzi e le ragazze in questo periodo della loro vita sono molto attenti alle parole che usiamo con loro. Quindi ci penso e credo che questo non è un buon momento per chiedere, forse è meglio ascoltare.

Fare domande, inquisire, indagare sono secondo Thomas Gordon delle barrire della comunicazione e quante più domande facciamo, tanto più impediamo all’altro di parlarci liberamente di sé.

Anche rispondere immediatamente alle domande che bambini e ragazzi ci fanno, possono inibire la comunicazione perchè così facendo gli impediamo di scoprire le loro risposte. Invece possiamo darci la possibilità di restare un pò con la domanda per vedere quali risposte arrivano dai nostri figli. Bion scrive: “ In altri termini, la risposta è ciò che più di qualsiasi cosa, arresta la curiosità. Se qualcuno è curioso gli potete ficcare in gola o nelle orecchie una risposta, impedendogli di sviluppare qualsiasi altro pensiero”.

Comunicare è più facile se restiamo in ascolto prima di rispondere e così facendo possiamo accorgerci che a volte non è necessario esprimersi a parole.

Ripenso a quando mia figlia era più piccola e sentivo che aveva bisogno di rilassarsi ed io  le chiedevo il permesso di massaggiarla. Il tocco è uno strumento di connessione con i nostri figli. Come mamma e insegnante di massaggio infantile credo che ci sono tanti modi di entrare in relazione e il massaggio  può essere un buon canale comunicativo non verbale, che rilassa, apre e accoglie l’altro proprio così com’è.

Così mi gioco la carta: “Posso farti un massaggino? Ti vedo un po’ tesa”. In questo momento credo che il massaggio sia un modo più efficace per relazionarsi con lei piuttosto che bombardarla di domande.

Quando i bambini diventano ragazzi le parti che possiamo massaggiare si restringono a zone neutre: come la schiena, le mani e i piedi. In queste occasioni è più facile che i ragazzi si aprano e parlino della loro giornata, di cosa gli è piaciuto e cosa invece è stato faticoso. Non ci sarà bisogno di fare domande o di sentire l’impegno di rispondere subito alle loro richieste. Basta massaggiare e ascoltare cosa ci sta dicendo il corpo e cosa inizierà a dire nostra figlia o nostro figlio. In quei brevi momenti in cui si gode ancora del contatto si svilupperà una danza, dove ci spogliamo del ruolo di chi insegna e di chi impara, dove come diceva Leboyer “Chi massaggia? Chi è massaggiato? Chi guida? Voi o il bambino? Chi conduce questa danza? Qualcosa… Dentro. Che c’è. Che c’era da sempre. Ma che dormiva. Qualcosa che c’è e che sa.”

Buon massaggio a tutti i vostri figli grandi o piccini.

Giuditta Mastrototaro

 

Bibliografia:

Bion, Wilfred R., Apprendere dall’esperienza, trad it., Roma, Armando, 2006

Giuditta Mastrototaro, Nascere e crescere alla luce dell’educazione empatica, streetlib, Milano, 2015.

Leboyer, F., Shantala. L’arte del massaggio indiano per far crescere i bambini felici, Sonzogno, Milano, 2007.

Mc Clure, V., Il massaggio del bambino. Massaggio d’amore, Bonomi editore, Pavia, 2001.

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