Il bambino prematuro

La nascita di un figlio pretermine mette fine bruscamente al sogno di un bambino paffutello e di una madre soddisfatta. Ci si trova catapultati in un’altra dimensione, niente mazzi di fiori in camera, i vestitini troppo grandi per un corpicino così piccolo, nessun bambino da tenere fra le braccia. Il bambino adorato, sognato, amato fin dalla gravidanza, è nudo in un’incubatrice attaccato a tubi e canule, dove macchine e luci giorno e notte non smettono mai di illuminare e suonare.

La madre ripercorre incredula la propria gravidanza per cercare  un colpevole: “Forse non avrei dovuto arrabbiarmi quella volta?”, “Forse mi sono stancata troppo?”, “Ho preso quel farmaco quando non sapevo di essere incinta?”, ”Perché non sono riuscita a tenermelo dentro?”.  Passano così le notti insonni e un senso d’impotenza pervade i genitori.

Essere genitori di una bambino prematuro vuol dire allora entrare in punta di piedi nella terapia intensiva, quando anche sia possibile prenderlo in braccio la madre potrebbe essere pervasa da un senso di timore, vulenrabilità, incompetenza e di estraneità che non si sarebbe mai immaginato di provare prima.

Gli operatori che si occupano di genitori con bambini prematuri di fronte ai vissuti così intensi possono sentire un senso di dispiacere per quel legame interrotto e per quella sofferenza che genitori e bambini in modi differenti esprimono, nel non essere riusciti ad accogliersi uno nelle braccia dell’altro.

Le madri raccontano spesso di non essere riuscite a toccare il proprio bambino per gran parte del tempo, che l’allattamento è divenuto difficile, che è mancata quell’intimità dei loro corpi, che altre mani si sono occupate del bambino senza uno spazio di negoziazione. In questi frangenti sensi di colpa e fantasie angosciose si rivelano con le lacrime agli occhi.

Che cosa possiamo fare di diverso per proteggere la diade madre bambino proprio in situazioni in cui il loro legame è così vulnerabile?

L’inizio della vita è sempre un momento sensibile in cui si svilupperà quel legame emotivo e duraturo tra genitori e bambino (bonding) che rappresenta il prerequisito indispensabile per uno sviluppo armonioso e per l’adattamento al mondo esterno. Viverlo come genitori pretermine vuol dire che non si è ancora pienamente pronti, anzi la nascita è vissuta spesso come traumatizzante, il trauma di una separazione non fisiologica. E per questa ragione che è ancora di più importante proteggere e rispettare il loro legame.

Le ricerche mostrano che con la pratica di Cangaroo Mather Care (KMC) è possibile fare a meno dell’incubatrice, dimostrando scientificamente i benefici del contatto pelle a pelle tra prematuri e i loro genitori. “Sembra proprio che l’assenza d’incubatrici potrebbe salvare molte vite e migliorarne la qualità, semplicemente non separando la madre da suo bambino” spiega Neals Bergman neonatologo che ha studiato gli effetti di questa terapia in Sud Africa. Uno dei parametri importanti perché la KMC sia efficace è che il bambino venga “indossato” per periodi di almeno novanta minuti consecutivi. L’ideale è partire dalla nascita e continuare per ventiquattro ore al giorno per 6/8 settimane. Studi antropologici hanno dimostrato che i nostri antenati hanno protetto la specie umana proprio in questo modo. Per approfondire puoi leggere la rivista internazionale medica delle patologie cliniche: https://www.bmj.com/rapid-response/2011/10/30/kangaroo-mother-care-importance-skin-skin-contact

Purtroppo persistono ospedali con spazi d’incontro prestabiliti e regolamentati in cui non è possibile una vera “care” o cura della relazione genitore/bambino, dove spesso il genitore è spettatore al di là del vetro dell’incubatrice della vita di suo figlio.

Occorre riportare la diade genitore/bambino al centro della cura, alla quale affiancare tutta l’assistenza medica necessaria, anche se questo richiederà dei cambiamenti nelle infrastrutture sanitarie. Questo cambio di prospettiva si pone al servizio della relazione genitori e figli per favorire il legame, la resilienza, ridurre i livelli di stress,  facilitare l’allattamento materno, il contatto pelle a pelle, la regolarizzare dei parametri di benessere psicofisico del bambino.

Sono stati fatti dei passi avanti nel riconoscere la centralità della cura genitoriale anche grazie all’impegno della SIN (Società Italiana di Neonatologia) che ha lanciato il 17 novembre del 2018, proprio in occasione della Giornata Mondiale della Prematurità, il patto di collaborazione: https://www.sip.it/2018/11/16/sin-patto-pretermine/ che raccomanda di garantire a tutti i genitori la possibilità di libero accesso nelle terapie intensive 24 ore su 24, per una maggiore attenzione all’umanizzazione della nascita.

I genitori hanno bisogno di ripristinare il legame interrotto dal parto prematuro. Stando in contatto con i loro bambini potranno imparare a leggere i segnali e a rispondergli adeguatamente. Un bambino che beneficia del contatto pelle a pelle: rallenta il suo ritmo cardiaco, aumenta i livelli di ossigenazione, regolarizza meglio la sua temperatura corporea, cresce di più, assume un colorito più roseo, riduce i tempi di degenza ospedaliera, migliora il suo sviluppo psicomotorio e regolarizza gli stati comportamentali. Invece un neonato separato dai suoi genitori ha un ritmo cardiaco più accelerato, un aumento dei livelli di cortisolo basale (stress) e un livello più basso degli ormoni della crescita. Un bambino tenuto tra le bracca dei suoi genitori è allora un bambino rispettato nel suo fisiologico percorso di crescita, nei suoi più profondi bisogni di umanità ed educazione all’affettività.

Genitori e figli possono ritrovare una loro sintonia. Se diamo l’opportunità ai genitori di fare l’esperienza relazionale fin dai primi istanti, potenzieremo l’ascolto e l’empatia con i loro bambini, così da superare i sentimenti di ansia, vergogna, perdita, dolore e incompetenza che la nascita prematura può innescare, per riattivare invece sicurezza nelle proprie competenze, nel proprio ruolo partecipe e attivo al benessere del figlio, in modo da sentirsi fin da subito parte di un progetto d’amore comune chiamato: famiglia.

 

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