La paura di sbagliare nell’educare il proprio figlio

Nell’ascoltare i genitori che vengono in studio per una consulenza pedagogica alcuni mi confessano: “Non mi sento una brava mamma” “Ho paura di fare qualcosa di sbagliato nell’educazione di mio figlio”.

Nelle relazioni genitori e figli possono capitare dei momenti di sconforto. Quando crediamo che ci sia qualcosa di sbagliato in noi stessi o nella relazione con i nostri figli ci sentiamo frustrate, sopraffatte o arrabbiate. Questo accade perchè ci stiamo allontanando dall’esperienza concreta e stiamo salendo nella nostra testa per giudicare e criticare noi stessi in confronto con qualcosa che riteniamo buono e giusto. In questi momenti chiedo ai genitori di sospendere i giudizi e concentrarsi sull’evento concreto che ha scatenato tutte queste insicurezze e paure. Soffermarsi sui fatti, rimanere ancorati a essi è un buon modo per non giudicare. Ad esempio: nostro figlio lascia tutti i giochi per terra della sua stanza? E’ diverso dire a noi stessi: “Non sono capace di insegnargli l’ordine”(giudizio) oppure dire a lui: “Sei proprio disordinato, questa stanza è un porcile!” (giudizio). Sarebbe più efficace dire: “Caspita vedo tutti i giochi del cestone per terra” (osservazione). Quando ci esprimiamo in questo modo non lediamo l’autostima di nessuno.

Se riuscissimo a essere più consapevoli dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti, scopriremo che ci possono essere più modi per rispondere a qualcosa che ci accade o che vediamo che non ci piace. Quando critichiamo noi stessi, ci concentriamo su cosa non va in noi, invece che riconoscere quello di cui abbiamo bisogno. Se mettiamo l’attenzione su cosa non va in noi ci commiseriamo, se riconosciamo il nostro bisogno (ad esempio di vedere la stanza più ordinata) possiamo concentrarci su ciò che possiamo fare in merito.

Siamo persone che emanano energia, tentare di nascondere i nostri sentimenti o ingoiare i nostri bisogni e non esprimerli, è altrettanto deleterio perché ciò ostacola una comunicazione autentica e il bambino percepisce ugualmente i nostri sentimenti, con la confusione di non saper dare un senso al nostro comportamento. Se ci sentiamo preoccupati, irritati o semplicemente stanchi, tutto ciò traspare negli atteggiamenti, nel tono della voce, nello sguardo e nella comunicazione non verbale. Questo turberà tutte le persone che ci sono vicine, anche se non diciamo nulla.

Allora forse cercare di essere più autentici con noi stessi e consapevoli dei nostri sentimenti e bisogni ci aiuta ad esprimerli in maniera più empatica. Potremo allora scoprire che ogni volta che esprimiamo un giudizio, stiamo in realtà parlando dei nostri bisogni frustrati. Quando una mamma dice del figlio che è un lavativo in realtà è di se stessa che sta parlando e del suoi bisogni di sicurezza, di considerazione e di ascolto.

Una madre racconta: “Sono una mamma severa e mio figlio dice che sono la mamma peggiore che ci sia”. Questa mamma si sta giudicando severa, dietro a questa frase c’è una mamma che desidera il meglio per suo figlio, ad esempio in questo caso la madre desiderava essere sicura che suo figlio studiasse a sufficienza, invece che vederlo giocare con i videogiochi. La strategia che sceglie per rispondere a questo bisogno è ripetere dieci volte al giorno che dovrebbe studiare di più, gli urla di smettere oppure gli toglie il videogioco dalle mani o ancora gli dice che è un lavativo ecc. Tutti queste modalità si riveleranno poi inefficaci e il figlio a sua volta la giudicherà dicendole che è la mamma peggiore che ci sia. Dal canto suo il bambino di fronte all’agire della madre potrebbe sentirsi incompreso, risentito e non rispettato. Nelle relazioni non c’è mai chi ha ragione e chi ha torto. In questo caso madre e figlio alimentano il problema invece che collegarsi con i propri bisogni.

Occorre allora uscire dai ruoli stereotipati di genitori bravi o cattivi oppure di bambini ubbidienti o capricciosi. Ognuno cerca di esprimere se stesso nella relazione, nel miglior modo che sa fare in base alla sua cultura, l’educazione e l’esperienza.

Se il genitore vede ogni problema con suo figlio come un chiodo userà solo il martello come strumento comunicativo, inteso come: dare ordini, giudicare, sgridare, moraleggiare, imporre ecc… Queste modalità possono forse inibire inizialmente dei comportamenti, perché incutono paura nel bambino piccolo. Man mano che i figli crescono avere solo il modo impositivo per rispondere ai problemi educativi che incontriamo può portarci a un punto morto, dove i nostri figli non rispondono più al potere che vorremmo esercitare su di loro e possono rispondere con: “No” “Lasciami in pace” “Lo faccio dopo” “Non mi interessa”.

E’ arrivato forse il tempo di cambiare le nostre modalità comunicative? Essere consapevoli dei nostri atteggiamenti interni e comunicare con empatia si può imparare. Ampliare i nostri modi di interpretare ciò che ci accade per abbracciare l’umanità che c’è in ogni persona, può aprirci a creare un clima di rispetto e di fiducia, dove non ci sono vincitori e vinti, ma dove c’è uno spazio in cui si è accoglienti dei bisogni di ognuno.

Nel concreto nel caso della mamma che desidera che il figlio studi di più, il genitore può provare a comunicare senza usare un linguaggio giudicante ma collegandosi ad una relazione empatica:”Marco ti ho visto passare due ore a giocare ai videogiochi, immagino che ti piaccia molto. Stai cercando di superare qualche traguardo? (Mostra considerazione e rispetto per gli interessi di tuo figlio) allo stesso tempo mi sento preoccupata perché vorrei sentirmi sicura riguardo la gestione del tempo che dedichi per lo studio. Che cosa possiamo fare? (Lascia che sia per primo tuo figlio/a a trovare una soluzione che lo riguarda)

Una pedagogia basata sull’empatia può allora offrirci l’opportunità di passare dall’idea che per ogni problema il genitore sentenzi cosa fare al figlio, al concetto che genitori e figli sono dalla stessa parte e possono risolvere il problema insieme.

Giuditta Mastrototaro

Articolo uscito sul blog del Bambino Naturale.

 

Bibliografia:

Hilary Flower. Crescerli con amore: L’avventura della disciplina dolce. La Leche League League International. Brescia 2008

Thomas Gordon. Né con le buone e né con le cattive. Edizione Meridiana. Molfetta (Ba) 2001.

Giuditta Mastrototaro. Nascere e crescere alla luce dell’educazione empatica. Streetlib. Milano 2015.

Marshall B. Rosenberg. In famiglia… quale comunicazione?. Edizione Esserci. Reggio Emilia 2009.

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