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La relazione d’aiuto

“Aiuto ho un problema…” Ecco così inizia una richiesta di aiuto.

Passiamo tanto tempo ad aiutare e abbiamo nel cuore il desiderio di sostenere i bambini e le loro mamme. Quante volte ci siamo sentite responsabili di fronte ad un figlio che cercava aiuto o di fronte ad un’amica oppure ad un cliente nella nostra vita professionale. Ci sentiamo responsabili e preoccupate di dare tutte le informazioni più adeguate e competenti possibili.

Qualche volta pensiamo che di fronte a problemi difficili occorra avere competenze speciali. Certo ci possono essere argomenti che possiamo approfondire, ma ciò che non cambia, è l’atteggiamento empatico che possiamo attuare per essere davvero d’aiuto.

In questi frangenti la cosa più importante da fare è essere lo specchio dell’altro. Fare da specchio è lasciare che l’altro si accorga che lo stiamo ascoltando e che lei/lui si specchi in noi e possa tirare fuori i suoi pensieri per poterli guardare.

Con tutta la buona volontà che abbiamo di sostenere l’altro, non possiamo però caricarcelo sulle spalle, le nostre gambe non reggerebbero, diventiamo stanche e così senza accorgercene entriamo in un vortice di fatica e di ansia da prestazione.

C’è una bella notizia: non c’è ne bisogno! A volte possiamo sentirci talmente responsabili che facciamo più di quello che ci è richiesto. Possiamo cambiare prospettiva, possiamo accogliere ciò che è, semplicemente così com’è e scoprire che tutte noi facciamo un dono prezioso all’altro quando facciamo eco alle sue parole, quando proviamo a dire in altre parole il suo pensiero, quando aiutiamo l’altro a fare chiarezza su se stessa, senza aggiungere niente, ma lasciando fluire i suoi pensieri.

Se cerchiamo la soluzione giusta, possiamo incorrere in un tentativo maldestro di ridurre la complessità. Infatti, quanto più riduciamo le situazioni che incontriamo a un paio di caratteristiche: “E’ un bambino pigro” “E’ un genitore ansioso” più ci allontaniamo dalla complessità della realtà, per rifugiarci in una semplificazione limitante.

Se riuscissimo invece a spostare la comunicazione da essere noi i protagonistri a lasciare che sia la persona l’esperto della sua storia, possiamo efficacemente fare da specchio e lasciare che l’altro parli di se stesso e a se stesso. Ci accorgiamo quando succede, perché la conversazione da fagocitata e con domande incalzanti, diventa più lenta, più riflessiva, più rivolta a se stessa che all’altro.

La persona che attiva una relazione di aiuto che sia un genitore o un consulente, dopo aver dato sufficiente spazio all’ascolto di tutti i dubbi, pensieri e perplessità che l’altro sta vivendo può certamente con tatto e sensibilità proporre un suo pensiero ma sempre attento alla visione dell’altro, per questo non potrà mancare la domanda: “Tu cosa ne pensi?” tendiamo la mano con il nostro punto di vista ma lasciando a lei/lui la responsabilità di accoglierla e fare la sua scelta. Aprire la porta alla consapevolezza che se qualcosa la fa soffrire forse non sta andando nella direzione giusta, che può intraprendere alcune strade per capire meglio quale sia il suo problema di fronte a quella situazone che la preoccupa, essere conscia dei suoi pensieri che sono la fonte delle nostre emozioni, questo fa la differenza.

Possiamo aiutare davvero qualcuno se non ci buttiamo insieme con lui nel pozzo in cui è caduto, se non ci sentiamo come lei/lui, in ansia per il suo problema. Se riusciamo a stare ancorate sul limite del pozzo a gli tendiamo la mano, l’altro si sporgerà con il suo braccio e la sua mano prenderà la nostra e così che troverà tutta la forza per uscirne.

A volte alcune situazioni di aiuto  richiamano alla mente le nostre difficoltà personali che anche noi abbiamo percorso. Il rischio nel quale possiamo incorrere è di mettere la nostra storia nella sua. Potrebbe sorprenderci, ma non è importante se abbiamo l’impressione di sapere proprio cosa sarebbe utile che l’altro facesse. Non importa perchè ognuno fa i conti con la sua storia, con la sua narrazione e con i suoi tempi di maturazione.

La vita ci da segnali costantemente, perché è un continuo processo di apprendimento, sta ad ognuno di noi scegliere quando siamo pronti ad imparare dalla nostra esperienza. Tutto questo non vale solo per le persone adulte, ma anche per i bambini. Lasciamo che si sporchino, lasciamo che sbaglino, lasciamo che facciano il più possibile esperienza. Non possiamo neanche con i nostri figli sapere cosa è meglio per loro. Possiamo dare l’esempio, possiamo essere presenti e poi occorrerà aspettare e vedere cosa succede. Tutte le persone grandi o piccole che siano hanno una saggezza interiore e delle risorse che non sapevano di avere. Lasciamo che le scoprano.

L’aiuto che offriamo è molto speciale se coltiviamo il terreno della relazione con il seme della fiducia per qualcosa che c’è ma ancora non si vede, fiduciose che alla fine quella pianta prenderà la sua strada, per sbucare alla luce del sole e splendere.

La nostra cultura troppo spesso è delegante. Molte persone pensano che occorra mettersi “nelle mani” dello psicologo, delll’insegnante ecc. Così i nostri sentimenti diventano colpa degli altri che non fanno come secondo noi dovrebbero fare. Si diventa “vittime” della propria storia e non protagonisti e per questo in continua ricerca di qualcuno che ci dica cosa fare.

Abbiamo tutti la responsabilità di noi stessi. Il primo posto nel quale cercare quando abbiamo dei problemi non è lontano, non è distante, non è fuori, ma è dentro, nel meraviglioso cammino che porta dentro noi stessi, dove c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Allora un figlio che incontra una mamma che davvero l’ascolta o una mamma che trova un professionista che sa intessere una vera relazione di aiuto ritrova il suo “centro” perché ha sentito che le è stato offerto lo specchio in cui guardarsi e grazie a questo si sentirà capace di prendere decisioni in base al proprio sentire, alla propria storia e diventa protagonista della sua vita. Maria Montessori ci ha insegnato che: “Il vero maestro è quello che sta dietro e non davanti ai suoi alunni” ed è quello che crede in loro.

Giuditta Mastrototaro