Le richieste insistenti

Nel lavoro educativo possiamo ritrovaci a rispondere a richieste insistenti da parte dei bambini ai loro genitori: “Mamma se faccio così va bene?” “Mamma e invece così va bene?” o da parte dei genitori agli educatori: “E’ giusto secondo lei il mio comportamento?” “Cosa faccio se mi trovo in questa situazione?”. Queste richieste ci parlano di un tipo di relazione che possiamo definire “ping pong” ossia con domande e risposte che sembrano essere sempre più insistenti, incalzanti e appena rispondiamo ad una ecco che ce ne sono altre. Ci ritroviamo a sperimentare un certo grado di frustrazione, stanchezza emotiva e fatica nel dare continuamente risposte. Che cosa non sta funzionando?

Per rispondere a questa domanda occorre fare un passo indietro e provare a osservare la situazione prima di agirla. Possiamo intanto chiederci di cosa ha bisogno questo genitrore o questo bambino? E’ davvero di sapere se si sta comportando bene o cosa fare in una data situazione? Forse prendendo un ampio respiro e provando a guardare la situazione non stando sulla scena ma sedute nella galleria del teatro della vita, possiamo scorgere che quello di cui potrebbe aver bisogno è di sicurezza e di consapevolezza delle sue competenze e risorse.

La fiducia nelle proprie capacità è lo strumento più importante che ogni persona ha bisogno di raggiungere per crescere. Saper attingere alle qualità interiori e ai sentimenti vuol dire alimentare pensieri di fiducia e stima di sé.  Per questa ragione quando ci ritroviamo a rispondere a domande simili occorre far eco ai vissuti della persona che abbiamo davanti: ”Mi sembra che tu ti senta dubbiosa sul da farsi…” “Forse Giorgino sei preoccupato per questa situazione?”e aiutare a riflettere “Che cosa accadrebbe se…? ”. A volte invece piccole paroline che seguono queste frasi come: “Ma”, “invece”, “dovresti”possono inficiare questo processo di ascolto di sé perché mettono in secondo piano i sentimenti e le risorse della persona che abbiamo davanti e invece attiviamo le nostre risposte i nostri suggerimenti. Quando invece lei/lui ha bisogno di prendere consapevolezza delle sue capacità per trovare la sua strada. In questo processo di ascolto la persona ha bisogno di riappropriarsi della ricchezza del suo pensiero, delle sue emozioni e delle sue ragioni. Questo processo di autoriflessione gli sarà utile per mille altre domande che si porrà nel suo cammino di vita.

C’è una certa congruenza tra ciò che percepiamo di noi stessi e le domande che ci poniamo. Se un genitore pensa di non saper fare il genitore o il bambino di non essere all’altezza della situazione tenderà a cercare di trovare l’esperto di turno o un adulto che dia le risposte giuste e così rimane ancorata/o a un modello di dipendenza. Invece se la persona sente fiducia in se stessa e di avere tutti gli strumenti per prendere delle decisioni questo può fare la differenza nella sua crescita. Empowerment è proprio questo: conquista di sé e fiducia nelle proprie competenze. Questo processo ha bisogno di tempo e spazio per realizzarsi, ma nessuno è così ricco da poter dire che ha raggiunto la fiducia in sé da poterla solo donare o così povero da poter solo ricevere. In realtà la stima di sé, nessuno ce la può dare, possiamo essere degli stimoli o facilitatori per gli altri, ma ognuno questa consapevolezza può trovarla solo dentro di sé.

Il termine empowerment indica anche un percorso di crescita e sviluppo, basato sull’autoefficacia, sull’autodeterminazione. Per questa ragione è importante riconoscere le proprie scelte, i successi e i traguardi raggiunti che restituiscano un filo conduttore alla narrazione della propria vita. Lo scopo allora diventa valorizzare le risorse note e far emergere quelle latenti, conducendo il genitore e il bambino ad acquisire consapevolezza del suo potenziale, che non è nelle nostre mani ma nelle sue.

Camminare a fianco dei genitori e dei bambini innesca la mobilitazione di nuova energia che porta al rovesciamento della relazione: dà richieste insistenti e l’adulto o il genitore che risponde al suo rovescio l’educatore chiede e l’altro risponde. Porsi dalla parte delle domande e non delle risposte è un modo di restituire fiducia ai genitori e ai bambini perché le risposte che emergeranno sono frutto delle competenze che ogni genitore e ogni bambino ha e che non sapeva di avere.

È un approccio che si chiama “maieutica socratica”. Il grande filosofo Socrate si definiva un’ostetrica spirituale ossia lui diceva che non insegnava nulla ma faceva emergere quello che ognuno portava dentro di sé. E’ la scommessa che facciamo ogni giorno anche noi pedagogisti, educatori e genitori riponendo fiducia nelle competenze dell’altra persona.

L’obiettivo è quello di innescare un percorso di nuove possibilità, conducendo la persona ad essere protagonista e non utente, al fine di favorire il salto di qualità, lo sviluppo e la crescita personale, superando il senso di inadeguatezza, imparando a riconoscere le paure di sbagliare e ad oltrepassarle.

Questo obiettivo lo possiamo raggiungere se per prime noi educatori siamo presenti a noi stessi, se ci assumiamo la responsabilità del nostro sentire. Quando ci ritroviamo a farci un’idea statica di com’è il genitore o il bambino, ci stiamo allontanando dall’empatia, stiamo limitando la potenzialità del nostro ascolto e della nostra efficacia, è come una profezia che si auto avvera. Se vedo una persona grande o piccola che sia come una che non è capace interpreterò tutte le sue azioni sotto questa lente.

Ecco allora quando sentiamo che qualcosa non sta funzionando, che il bambino o il genitore ci sta ponendo domande insistenti e sta creando un legame di dipendenza è bene spostare l’equilibrio di questa relazione e restituire fiducia nelle competenze dell’altro. Possiamo provare a esplorare nuove aree che facciano leva su aspetti più riflessivi e narrativi come ad esempio:

  • Ci sono dei problemi che hai risolto che erano simili?
  • Che cosa ha funzionato?
  • Che cosa non ha funzionato?
  • C’è un altro modo per dare una spiegazione a tutto questo?
  • Che cosa accadrebbe se…?
  • Che cosa prova l’altro quando..?

Per essere un buon ascoltatore occorre imparare ad esserlo per primi su di sè. Sentimenti di ben-essere o mal-essere ci possono fornire preziosi indizi sui nostri bisogni. Riappropriarci del proprio sentire è un’opportunità che abbiamo ogni giorno ascoltando come genitori i nostri figli o come educatori i genitori e i loro bambini. Ogni relazione personale o professionale può essere un’opportunità di crescita reciproca. Far crescere le proprie competenze di ascolto ha un’influenza positiva non solo nelle relazioni educative ma in tutti gli ambiti della nostra vita: nel volontariato, a casa e al lavoro. Riprendendo le parole di Alba Marcoli:” Essere davvero d’aiuto vuol dire che l’altro è riuscito a vedere una differente prospettiva. Essere davvero d’aiuto vuol dire che l’altro arriva con delle domande precise e va via con domande più ampie”.

Buon ascolto a tutti!

Giuditta Mastrototaro

Bibliografia:

Danon Marcella. Counseling. La terapia per aiutare gli altri ad affrontare gli altri con un nuovo spirito. Red. Novara 2003.

Goleman Daniel. Intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici. BUR. Milano 1997.

Marcoli Alba. E le mamme chi le aiuta? Mondadori. Milano 2009

Mastrototaro Giuditta. Nascere e crescere alla luce dell’educazione empatica. Streetlib. Milano 2015.

Rosenberg, Marshall B.: Le parole sono finestre (oppure muri). Introduzione alla comunicazione nonviolenta; Edizioni Esserci. Reggio Emilia 2003.

 

Precedente Laboratorio Pedagogico al Liceo Successivo Gestire lo stress: laboratorio al liceo