Te l’ho detto un milione di volte perchè non lo fai?

Quante volte nel mio lavoro di Pedagogista mi sono sentita rivolgere questa domanda. Molti genitori ma anche educatori si interrogano sui motivi per i quali anche se ripetono al bambino come comportarsi, non lo fa.

Pensiamoci bene, cosa facciamo quando ciò accade a casa, al parco o al nido.  Nell’intento di educarlo cerchiamo di sviare la volontà del bambino per renderlo obbediente alla volontà dell’adulto, che si basa su principi morali, sociali e personali ritenuti “giusti” modelli da seguire. Lo scopo invece dell’educazione è coltivare la volontà cosciente del bambino.

Spesso l’amore che il bambino prova per l’adulto lo porta a combattere una guerra quotidiana tra l’ascoltare se stesso e obbedire a ciò che gli stanno chiedendo gli altri.

Dice la Montessori: “E’ facile distruggere: la devastazione di un fabbricato può avvenire in pochi secondi con un bombardamento o un terremoto; ma quanto difficile è invece la costruzione! Essa richiede conoscenza delle leggi dell’equilibrio, della resistenza dei materiali,ed anche dell’arte, perchè la costruzione sia armoniosa. Se tutto ciò è necessario al compimento di una costruzione materiale inanimata, quanto più richiederà la costruzione dello spirito umano! Essa avviene nell’intimo. Il costruttore non può essere dunque nè la madre, nè l’insegnante: essi non sono gli architetti, ma possono solo aiutare l’opera di creazione che procede dal bambino stesso. Aiutare, questo dovrebbe essere il loro compito e il loro scopo, ma esse hanno anche il potere di distruggere e di spezzare con la repressione.”

Quì la grande Pedagogista ci sta dicendo che più che costringere il bambino a non fare qualche cosa, è molto meglio aiutarlo a scoprire ciò che può fare per rispettare se stesso e gli altri e per dar luce a tutte le qualità che il bambino possiede. In sostanza la mediazione è un’arte che i nostri bambini ci stimolano a sviluppare.

Maria Montessori aggiunge: “Il pregiudizio più comune nell’educazione ordinaria implica che tutto si possa ottenere con l’insegnamento (ossia rivolgendosi all’udito del bambino), o col portare se stessi ad esempio per essere imitati (una specie di educazione visuale); mentre la personalità può essere sviluppata solo con l’esercizi proprio. Il bambino è comunemente considerato come un essere recettivo invece che come un individuo attivo. 

L’educazione abituale non solo preclude alla volontà l’occasione di svilupparsi, ma ostacola questo sviluppo e direttamente ne inibisce l’espressione. Ogni tentativo da parte del bambino è represso come una forma di ribellione: si direbbe che l’educatore faccia tutto il possibile per distruggere la volontà dell’allievo. L’ubbidienza è la base segreta dell’insegnamento.

La disciplina poggia su minacce e paura. E si giunge così a concludere che il bimbo disubbidiente è cattivo e quello ubbidiente è buono.”

Queste dure parole ci insegnano a prendere coscienza di noi stessi e ad essere consapevoli di come stiamo educando il bambino. Quante volte nelle Consulenze Pedagogiche con i genitori e le educatrici mi sono trovata ad ascoltare che gli adulti spiegano al bambino come fare ma egli non lo fa. La vita non si può spiegare, bisogna viverla, fare esperienza e una vera educazione passa dall’attività del bambino, dallo sperimentare, dal prendere consapevolezza dei suoi sentimenti e dei suoi bisogni. Ma chi può sostenere tutto questo processo? I suoi genitori e i suoi educatori, non imponendo ma comprendendo il suo stadio di sviluppo, i suoi bisogni e solo dopo possono agire con il bambino in modo consapevole e rispettoso.

Prima dei tre anni i bambini non possono “obbedire” ai voleri dei genitori semplicemente perché i loro impulsi sono più forti della loro volontà.

I progressi del bambino hanno determinati stadi che vanno rispettati. Il bambino potrà intorno ai tre anni in qualche occasione riuscire a rispondere alla volontà dell’adulto e in altre no. Questo comportamento non è da imputare alla sua cattiva volontà ma semplicemente al suo processo di sviluppo.  Allora sta all’adulto mettere in moto la pazienza e occasioni di ripetizione perché il bambino possa consolidarla dentro di sé un comportamento efficace.

Se critichiamo, accusiamo e imponiamo al bambino impediamo il pieno sviluppo delle competenze che desideriamo che acquisisca e interferiamo con i suoi progressi di crescita, rischiano che certe dinamiche disfunzionali si fissino in una lotta di potere.

Il periodo dell’infanzia è uno stadio di sviluppo piuttosto faticoso per gli adulti perché appunto si trovano spesso di fronte ai “no”dei bambini e a modalità di comportamento che possono sembrarci poco collaborative. Comprendere che il bambino sta in realtà tentando di sviluppare le sue abilità, ci potrebbe aiutare a metterci in ascolto dei bambini. Pretendiamo forse che un bambino appena nato cammini? Immagino di no e allo stesso modo dobbiamo lasciare che il bambino sviluppi la sua volontà cosciente con i suoi tempi.

Nella seconda infanzia, inizia nel bambino quello stadio di sviluppo che gradualmente lo porterà a raggiungere la capacità di fare come gli chiede l’adulto. In questo caso il bambino obbedisce non perché deve, ma perché vuole farlo. E quì che sta la grande differenza tra l’obbedienza nata dalle minacce e paure e lo sviluppo della responsabilità. Quando un bambino fa quello che gli chiediamo perché ha compreso l’importanza che questa cosa ha per sé o per i suoi genitori, questa è responsabilità. Rispettando i tempi di sviluppo della volontà del bambino, gli stiamo regalando la possibilità di esprimere consapevolemente il suo volere e la gioia nel dare agli altri un atto di gentilezza ed empatia.

Giuditta Mastrototaro

Bibliografia:

Mastrototaro, G. (2015). Nascere e crescere alla luce dell’educazione empatica. Milano: streetlib.

Maslow, A. (2010). Motivazione e personalità (E. Riverso, Trad.). Roma: Armando Editore.

Montessori, M. (1992). Come educare il potenziale umano. Milano: Garzanti Editore.

Steiner, R. (2013). Arte dell’educare arte del vivere: fondamenti di pedagogia (L. Diena, Trad.). Milano: Rudolf Steiner.