Perchè non rispetti le regole?

“Ti ho detto un milione di volte che non si fa!”, ”Perché non rispetti le regole?” molti adulti si ritrovano a interrogarsi su questi quesiti e sembra proprio che continuare a spiegare le cose non serva a nulla.

Per capire i comportamenti dei bambini e dei ragazzi occorre fare prima  un passo indietro e comprendere come i bambini imparano le regole. Piaget psicologo e pedagogista ha osservato, studiato e intervistato i bambini per capire come l’essere umano fin da piccolissimo impari a rispettare le regole, a sviluppare un pensiero morale (cosa è giusto o sbagliato) e a progredire in uno sviluppo sano nel rispetto di sé e degli altri.

Nel periodo dai due ai cinque anni Piaget ci dice che il bambino è nella fase della ritualità, regolarità e imitazione. Infatti, i bambini imparano le regole in questa fase principalmente in questo modo. E’ inefficace dirgli di non urlare quando nel suo ambiente ci sono bambini o adulti che alzano la voce.  Semplicemente non riesce a rispettare le regole che a lui sembrano arbitrarie e non ha nessuna intenzione di far male o di indispettire i suoi genitori o gli educatori. In realtà scopre il mondo che lo circonda facendo esperienza, attraverso le sue azioni e osservando cosa succede. Se ad esempio fa cadere l’acqua fuori dalla vasca, seppure comprenda verbalmente i divieti: “Non buttare l’acqua per terra” spesso non riesce a gestire i suoi impulsi. Con i suoi comportamenti non ha l’intenzione di ledere oggetti o persone, ma sta sperimentando cosa succede, come fosse uno scienziato che formula ipotesi, esperimenti e deduce teorie sull’ambiente che lo circonda.

Allora cosa fare in questi casi?

Se sappiamo ad esempio che quando si arrabbia tira i capelli a chiunque gli sia vicino, occorre prevenire questi comportamenti cercando di intervenire prima che si verifichino, cercando di mettersi ad una certa distanza di sicurezza. Spesso i genitori mi chiedono perché i bambini si comportano in modo “aggressivo”. In realtà non si tratta di aggressività ma di espressione emotiva che i bambini riescono a esprimere usando la fisicità perché non hanno ancora una proprietà di linguaggio capace di esprimere quello che sentono.

La cosa che possiamo fare come genitori e educatori è allora aiutarli a verbalizzare. All’inizio saremo noi a fare eco ai loro sentimenti. “Sei proprio arrabbiato” poi, con il tempo vedremo che il bambino userà di più la voce e a volte le urla per dire che è arrabbiato. Sentire il vostro adorato bambino o bambina che urla non è quello che vi sareste aspettati, ma spesso anche questo è un passaggio evolutivo. Anche se vi sembrerà strano, è un progresso che passa dall’azione agita all’azione verbale. Chiaramente il passaggio successivo sarà imparare a esprimere i vissuti in modo più raffinato imparando a gestire la voce e il tono.

Un aspetto molto importante è l’esempio. Siamo degli esempi se per primi noi riusciamo a esprimerci con pacatezza e onestà. Empatia non vuol dire che diciamo sempre di sì. Empatia vuol dire in prima istanza essere onesti con noi stessi, essere in contatto con i nostri sentimenti e bisogni,  senza giudicarci (come bravi o cattivi genitori) ma verbalizzando i nostri vissuti:“Guarda Matteo in questo momento mi sento  arrabbiata, perché vedo tutta l’acqua per terra e sono stufa di doverla asciugare,  potresti non rovesciare l’acqua fuori dalla vasca quando fai il bagno?”

Quando invece nostro figlio ha delle reazioni che non ci aspettiamo: si rotola per terra, piange, urla o è molto agitato la prima cosa da fare è restare calmi e non sentirsi travolti o spaventarti dalle sue emozioni perché quanto più perdiamo le staffe o ci sentiamo sopraffatti tanto più non saremo in grado di aiutarlo. Un’informazione corretta che può rassicuraci è che le reazioni che si esprimono con il corpo o la voce in questo periodo sono normali e fisiologiche. A volte l’unica cosa che possiamo fare è aspettare che la tempesta emotiva passi. Possiamo restare con un atteggiamento presente, non giudicante (senza ad esempio pensare che sia disobbediente o aggressivo o che non siamo capaci di educarlo) ma pronti a ristabilire un contatto visivo, corporeo, tattile, verbale quando sarà pronto a riceverlo, in modo da aiutarlo a dare un significato a queste reazioni, di cui lui stesso molte volte è spaventato a sua volta.

Un altro elemento importante per gestire i momenti di crisi dei bambini sono lo stabilire delle ritualità, la regolarità di gesti e parole rassicuranti. Spesso situazioni che per noi adulti sono usuali, per i nostri figli sono disorientanti come ad esempio quando al parco gli chiediamo di smettere di giocare  per andare a casa oppure quando gli diciamo “Forza è ora di andare a dormire”. Proprio in questi frangenti si scatena “l’inferno” “Non voglio.. Non voglio … Non voglio” con urla disperate. Non c’è niente che non va nei bimbi è semplicemente l’espressione della fatica nel gestire i cambiamenti. Ciò che potrebbe aiutarli sono i gesti rituali che diano il senso del tempo al bambino e che lascino lo spazio per entrare in sintonia con un nuovo scenario. Ad esempio mezz’ora prima di andare a letto può essere utile abbassare tutte le luci, cerando di evitare giochi troppo eccitanti, accompagnando il bambino al sonno con qualcosa di rilassante che possa scegliere lui stesso. Un gioco tranquillo, un massaggio, una favola …

Le regole come tutti gli apprendimenti hanno bisogno di fasi di assimilazione e di accomodamento ci ha insegnato Piaget, ossia prima che si sviluppi un apprendimento occorre che sia svolto tante volte e poi verrà integrato nella vita del bambino come naturale e normale. In sostanza bisogna dargli il tempo necessario per smettere di giocare, per prepararsi ad andare a dormire, per andare via da un parco o da una festa. Con pazienza e costanza il bambino imparerà a gestire questi cambiamenti che sono presenti nella giornata.

Per i bambini le regole iniziano ad avere un senso intorno ai cinque anni. In questo periodo il bambino inizia a riconoscerle. Anche se ha ancora bisogno di ricordarle a se stesso. Spesso nelle scuole dell’infanzia le regole sono appese su un cartellone con molte immagini che aiutano a tenerle a mente e questo possiamo farlo anche noi a casa. Quando le infrange a volte cambia la realtà dei fatti e dice ad esempio che non ha mangiato la cioccolata, quando invece ha visibilmente un baffo di cioccolata sulla bocca, questo non vuol dire che dice le bugie, perché non lo fa con l’intenzione di ingannare gli adulti. Ecco cosa dice Piaget a riguardo: “Senza mentire per mentire, ossia senza ricerca dell’inganno e senza neppure prenderne coscienza netta, egli altera la realtà in funzione dei suoi desideri e della sua tendenza alla fabulazione”. I bambini percepiscono le regole come dettate dall’esterno ossia che provengono dagli adulti ma ancora non ne hanno compreso a pieno il senso.

Verso gli otto anni Piaget parla dello sviluppo della fase della cooperazione. In questo tempo le regole sono per i bambini dei punti di riferimento perché devono essere rispettate da tutti senza eccezioni. E’ il momento in cui i bambini chiedono parti uguali e non comprendono ancora il concetto di equità.  Un bambino intorno  agli otto anni non comprende le regole da un punto di vista di etico è ancora ancorato a una morale basata sul dato concreto. Per spiegarmi meglio porto ad esempio un esperimento di Piaget nel quale aveva domandato ai bambini cosa ne pensassero di un bambino che avesse rovesciato per sbaglio un vassoio con quattro bicchieri d’acqua  e di un bambino che avesse versato invece intenzionalmente un bicchiere per terra. I bambini affermarono che erano più colpevoli quelli che avevano versato quattro bicchieri. Questo dimostra che il loro pensiero è legato alla quantità dei bicchieri e non a una morale legata alle intenzioni del soggetto, solo verso i nove anni riuscirà a distinguere più sottilmente le intenzioni degli altri.

Prima della preadolescenza le regole sono viste come decise dagli adulti da usare in blocco. Con l’adolescenza il ragazzo/a avrà sempre più l’esigenza di esprimere il suo pensiero. Ora  c’è il bisogno che le regole vengano discusse e condivise insieme, perché possano assumano per lui/lei  un senso. Gradualmente svilupperà un pensiero autonomo. Infatti, diventare autonomo vuol dire essere capace di avere un pensiero indipendente dalle pressioni esterne, e questo per quanto possa essere faticoso per noi adulti, è sano. I ragazzi per crescere hanno bisogno di avere lo spazio per capire meglio, per discutere e per comprendere il significato delle regole. Piaget aggiunge: “Senza rapporto con gli altri, non vi è necessità morale: l’individuo in quanto tale conosce l’anomia e non l’autonomia. Inversalmente, ogni rapporto con gli altri in cui interviene il rispetto unilaterale porta all’eteronomia. L’autonomia appare così solo con la reciprocità”.  L’autore spiega che vi sono varie fasi di sviluppo che passano dalla dipendenza all’autonomia e che i bambini crescono quanto più si relazionano con gli altri e scoprono il valore della reciprocità.

In sostanza l’autonomia è la spinta che ognuno ha dentro di sé e che non ha mai fine, siamo tutti alla ricerca di una più piena autoefficacia, autorealizzazione e autonomia. Iniziamo questo processo da bambini e proseguiamo per tutta la nostra vita. In ogni fase della vita usiamo gli strumenti che abbiamo a disposizione, in base al nostro livello di conoscenza e di maturazione. Partendo da queste premesse possiamo allora concludere che è necessario cambiare paradigma dalla visione che i bambini  e i ragazzi  non rispettino le regole, giudicando noi o loro come sbagliati, alla consapevolezza che siamo tutti in continua crescita bambini, ragazzi e adulti e che con un pò di empatia, imparando a guardare il mondo come lo percepisce il bambino, possiamo comprendere come afferma Piaget che: “ il rispetto cresce nella reciprocità”.

Giuditta Mastrototaro

 

Bibliografia:

Thomas Gordon. Né con le buone e né con le cattive. Edizione Meridiana. Molfetta (Ba) 2001.

Giuditta Mastrototaro. Nascere e crescere alla luce dell’educazione empatica. Streetlib. Milano 2015.

Jean Pieaget. Il giudizio morale nel bambino. Giunti editore 1969.

Marshall B. Rosenberg. In famiglia… quale comunicazione?. Edizione Esserci. Reggio Emilia 2009.

 

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